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L’architettura scritta, alcuni testi fondamentali

17 maggio 2022

Architettura non è soltanto quella realizzata nel corso dei secoli, ma anche quella teorizzata ed analizzata dal punto di vista concettuale. 

 

di Carlo Ragaglini

 

Questo, come vedremo, sin dall’inizio dei tempi. Attraverso il pensiero architettonico infatti si è evoluto anche il costume del vivere e sono mutati i rapporti della vita sociale, del progetto e del giudizio estetico del nostro quotidiano.

 

La selezione dei testi citati è, ovviamente, soltanto parziale. Ma, a detta di chi scrive, rappresentativa di un’evoluzione storica del pensiero: una raccolta che ogni architetto dovrebbe avere nella propria biblioteca.

 

 

Il primo testo di cui si conosce memoria in ambito architettonico è il De Architectura, scritto da Marco Vitruvio Pollione addirittura nel 15 a.c. In esso già si davano le basi di questa disciplina, guarda caso le stesse che animano lo spirito del professionista di oggi. L’opera di architettura, infatti, deve soddisfare essenzialmente tre leggi non scritte:


-Firmitas, la solidità, la capacità di realizzare opere durevoli e tecnicamente corrette,

-Utilitas, soddisfare la funzione per la quale l’opera è realizzata ed, infine,

-Venustas, la bellezza dell’opera architettonica, capace di rendere capolavoro un edificio.

 

L’importanza di questo libro, pertanto, è attualissima. Venne recuperato e preso a modello per tutto il rinascimento, attualizzato attraverso altri trattati come il De Re Aedificatoria, scritto dall’architetto Leon Battista Alberti nel 1452 e come l’opera di Andrea Palladio I 4 libri dell’Architettura, testo che venne preso a modello negli Stati Uniti per numerosi edifici rappresentativi dello Stato, tanto da generare la cosidetta corrente neopalladiana. In questo ultimo scritto comincia ad approcciarsi un vero e proprio “schema” di lavoro, che anticipa quelli che nell’epoca attuale sarebbero poi diventati i “Layout di progetto”. Basi riproducibili per la realizzazione di edifici più diversi e distinti in base al loro utilizzo.

 

Uno dei volumi che ho più amato è del seicento, Opus Architectonicum, antologia di pensieri di Francesco Borromini raccolti dal Cardinale Spada ed editi nel 1650. Tra le varie note che raccontano il suo lavoro, attraverso la costruzione dell’Oratorio dei Filippini in Roma, è contenuta una citazione che spezza il cordone sino ad ora avuto nella teoria dell’architettura: “Chi segue altri non gli va mai inanzi. Ed io al certo non mi sarei posto a questa professione col fine d'esser solo copista”. È una grande intuizione, preannuncia il pensiero moderno alla base della nuova architettura, che prenderà forma agli inizi dell’età moderna, con il nuovo secolo.

 

 

Arrivando al novecento, uno dei più importanti testi di architettura è sicuramente Verso un’architettura, scritto nel 1923 da Le Corbusier; in esso cadono irrimediabilmente tutti gli stilemi che avevano portato sino ad allora a comporre gli edifici, rinunciando ad ogni decorazione, ritenuta superflua e non più in linea con la nuova società. (C’è da dire che già altri architetti avevano scritto in tal senso, seppur con meno efficacia, cito tra tutti l’opera di Adolf Loos Ornamento e delitto, del 1906 stampato in Italia nel testo “Parole nel Vuoto”). Uno dei capitoli del libro di Le Corbusier si intitola, provocatoriamente, “Occhi che non vedono”. Questo testo, comunque, non recide i legami storici. Non vengono negate le origini dell’architettura, anzi, ci si appropria dell’esperienza greca e medievale, per portare avanti un nuovo corso. Un intero capitolo viene dedicato alla “lezione di Roma”, attraverso la lettura dei suoi edifici in chiave moderna, dove è l’interno che dovrà comunicare verso l’esterno, superando il concetto di facciata. Si staglia una nuova architettura, fatta di vetro e cemento, che libera gli spazi interni e i prospetti da qualunque vincolo. I tetti diventano giardini e i volumi, sospesi su pilotis di cemento, lasciano ulteriore spazio a terra libero.

 

L’eredità di Verso un’architettura sarà molto cospicua. Molti testi e trattati seguiranno la sua scia, mi limito solo a citare Spazio, Tempo, Architettura (sottotitolo: lo sviluppo di una nuova tradizione), scritto da Sigfried Gedion nel 1941, dove viene ribadito il rapporto con la storia e la necessità di proporre per l’uomo della nostra epoca una risposta che però sia capace di trarre insegnamento dal passato.

 

 

L’ultima parte di questa carrellata ci porta in Italia, con quello che a mio parere rimane il più interessante scritto sul tema: Saper vedere l’architettura di Bruno Zevi del 1948, capace di tracciare, negli anni del dopoguerra, un nuovo corso di critica e di approccio alla visione dell’architettura, attraverso anche l’uso dei nuovi strumenti di riproduzione come fotografie e riprese cinematografiche. Quest’opera avrà un grande risalto all’interno delle facoltà di architettura e getterà le basi del moderno pensiero architettonico non soltanto in Italia.

 

Cito, infine, due opere molto importanti degli ultimi anni: L’Architettura della città, scritta da Aldo Rossi nel 1964 e Delirious New York, di Rem Koolaas edito nel 1971. Attraverso angolazioni di pensiero differenti, è l’approccio al tema della grande città (europea ed americana) da parte dei due architetti, una visione di quella che è l’epoca “contemporanea”, ovvero la visione della metropoli, grande novità urbanistica del novecento.

 

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