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Gli impianti che fanno bella l’architettura

19 gennaio 2021

L’inizio della rivoluzione ha una data: 31 gennaio 1977, giorno dell’inaugurazione del Centro Nazionale d’Arte e Cultura Georges Pompidou a Parigi. Per la prima volta gli impianti sono protagonisti dell’architettura: un viluppo di tubazioni, canali, valvole e raccordi abbraccia il volume dell’edificio, progettato da Renzo Piano, Richard Rogers e Gianfranco Franchini.

Di Nora Santonastaso

 


La facciata principale del Centro Georges Pompidou, attestata sull’omonima piazza e caratterizzata dal percorso verticale delle scale mobili. 
© Foto: Nora Santonastaso / design outfit

 

Quando si parla del rapporto tra impianti e architettura, il più delle volte la questione si sposta su un piano specifico, che prevede la realizzazione di un particolare obiettivo: celare il più possibile alla vista ogni elemento dalla pura valenza tecnologica, utilizzando soluzioni capaci di minimizzare l’impatto estetico della rete di adduzione dell’energia elettrica, dell’acqua e di ogni altro tipo di impianto connesso all’uso di un edificio.

 

Su riviste e siti web del settore design e architettura lo spazio dedicato a prodotti in grado di soddisfare questa richiesta è molto ampio e, molto spesso, è proprio nell’ambito della progettazione degli impianti che il design propone soluzioni all’avanguardia, dall’estetica minimale e dalle alte performance tecnologiche.

 

Nel 1977, però, questa tendenza subiva un violento strattone. Il nuovo Centro Georges Pompidou a Parigi, realizzato su progetto di Renzo Piano, Richard Rogers e Gianfranco Franchini raccontava una storia di perfetta integrazione tra architettura e reti impiantistiche. Queste ultime, lungi dall’essere occultate in vani e cavedi dedicati, invadevano letteralmente le facciate dell’edificio, avvolgendolo in una sorta di matassa colorata e ben organizzata: tubature gialle per l’elettricità, rosse per gli ascensori e le scale mobili, verdi per l’acqua e blu per l’aria.

 

Il funzionamento dell’edificio, insomma, veniva dichiarato senza remore estetiche, associando implicitamente il concetto di architettura con quello di macchina dalle alte prestazioni tecnologiche. Se avete visitato il Centro è probabile che ricordiate bene l’esperienza di percorrere la rete di scale mobili attestate sulla facciata principale che, dal piano strada, porta fino al rooftop, offrendo a ogni piano una vista panoramica unica sulla città.



La nuova sede della Copenhagen International School realizzata tra il 2013 e il 2017 su progetto dello studio danese C.F. Møller Architects e caratterizzata da facciate interamente rivestite da pannelli fotovoltaici. © Foto: Adam Mørk via cfmoller.com


Dal 1977 facciamo un salto temporale di ben 36 anni e da Parigi voliamo a Copenaghen. Qui, nel quartiere di Nordhavn, un edificio dalle facciate interamente rivestite da pannelli fotovoltaici porta l’integrazione tra architettura e impianti su un piano estetico sofisticato e moderno, favorendo il dialogo dell’edificio con l’intorno e, in particolare, con lo specchio riflettente del mare circostante.

 

Ciascuno dei ben 12.000 pannelli solari, che inizialmente dovevano essere di numero nettamente inferiore e occupare soltanto la superficie della copertura, segue una specifica angolazione per garantire la massimizzazione della produzione di energia green e, allo stesso tempo, definisce un disegno di facciata armonioso, caratterizzato da un pattern geometrico tridimensionale ricorrente.

 

La superficie coperta dai pannelli è pari a 6.048 metri quadrati e riesce a coprire più della metà del fabbisogno di energia elettrica della scuola, frequentata da circa 1.500 persone tra studenti, insegnanti e altro personale.

 


La riqualificazione di Palazzo Argonauta a Roma, in via Ostiense, utilizza la rete dell’impianto fotovoltaico per uniformare l’estetica della facciata preesistente. © Foto: Moreno Maggi

 

A Roma, in via Ostiense 131, nel cuore di uno dei quartieri in più marcata evoluzione e trasformazione urbana, il Centro Direzionale Argonauta, realizzato negli anni ’70 su progetto dell’ing. Renato Armellini, trasforma la necessità dell’implementazione funzionale e tecnologica in un’occasione estetica: riqualificare le imponenti facciate, prima frammentate in un insieme discontinuo, incoerente e fatiscente, specchio di un’analoga disorganizzazione degli spazi interni.

 

Il progetto di restyling curato dallo studio Agenzia di Architettura, guidato dall’arch. Isabelle Magda Rizk, utilizza infatti il nuovo impianto fotovoltaico come pattern per ridisegnare l’intero fronte sud dell’edificio.

 

657 pannelli fotovoltaici da 100x150 cm riempiono, insieme ai rivestimenti della struttura in cemento e alle lamelle frangisole, gli spazi lasciati liberi dalla nuova partitura strutturale della facciata, organizzata come un sistema di elementi orizzontali e verticali omogenei e disposti a intervalli regolari.

 

L’impianto fotovoltaico, quindi, assume una doppia valenza: tecnologica, connessa alla produzione di energia elettrica pulita e sostenibile, e architettonica, legata al nuovo disegno delle facciate dell’edificio e alla sua nuova organizzazione funzionale interna, completamente rivoluzionata per rispondere alle nuove esigenze d’uso dell’edificio.   


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